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Charles Baudelaire nasce nel Quartiere Latino,a Parigi, il 9 aprile del 1821. A sei anni, perde il padre, François. La madre, Caroline Dufaÿs,sposa Jacques Aupick, futuro generale. Nel rapporto profondo, del poeta con la madre, sarà costantemente presente l’ombra di questo "tradimento".
Adolescente frequenta il Collège Royal di Lione, poi il Collège Louis-le-Grand di Parigi. Abbandona gli studi universitari per affacciarsi con curiosità e passione alla vita artistica e letteraria.
Nel 1841, su invito della famiglia, intraprende un lungo viaggio per mare verso Calcutta, ma dopo molti mesi di navigazione , rientra in Francia.
Qui conosce Jeanne Duval, che sarà sua compagna e amica per molti anni.
Nel 1848 prende parte ai moti insurreziona. Segue assiduamente gli eventi artistici e le esposizioni: il Salon del 1845, del 1846 e del 1859, gli studi su Delacroix e lo scritto, dedicato a Constantin Guys, Il pittore della vita moderna, straordinaria riflessione sulla modernità, sulle sue figure.
Personaggio della vita letteraria parigina, entra in rapporto di amicizia con Gautier, Flaubert, Sainte-Beuve, Victor Hugo, Banville
Nel campo dell’arte frequenta Courbet, Champfleury, e soprattutto Manet.
Nel 1857 esce la prima edizione dei Fiori del male (seguirà nel 1861 una nuova edizione). L’opera è sottoposta a un processo per immoralità (sei poesie sono condannate e censurate dal libro).
Pubblica nel 1860 "Paradisi artificiali "e intraprende la scrittura di poemi in prosa destinati allo Spleen di Parigi, (opera postuma nel 1869)
Ma l’attività più importante è la traduzione di quasi tutta l’opera di Edgar Allan Poe, figura con la quale Baudelaire sente una forte corrispondenza.
Nel 1864 si reca a Bruxellese avvia la scrittura dei Diari intimi.
Colpito da un ictus, con uno stato di afasia, il poeta muore a Parigi a quarantasei anni, il 31 agosto 1867.
È sepolto al cimitero di Montparnasse. La giovane generazione di poeti – da Mallarmé a Verlaine – lo ha già eletto a proprio maestro.
L’arte di Baudelaire
Poeta intransigente e delicato scorticato dalla vita, ferito dal dolore, pervaso da sensazioni sublimi, sentimenti indicibili e da tensioni estreme, tende costantemente verso l’Ideale e l’Assoluto.
I fiori del male, (l'Inferno del XIX° secolo) è senza confini; l’estetica incrocia la mistica ed è ancora, a tutt'oggi uno scritto ambizioso, punto di intersezione dell’intera simbologia e iconologia dell’Occidente, dell’Antichità greco-latino-giudaica e della Modernità industriale come la conosciamo noi (Ovidio cacciato dal paradiso latino e l’Uomo contemporaneo sorpreso all’addiaccio della vita moderna, il figlio della razza di Caino che in cielo sale e sulla terra getta Dio e il dandy chic,stordito dalla calma e dalla voluttà). Nello stampo classico di una poesia castigatissima nella forma (alessandrini, endecasillabi, sonetti: Baudelaire evitò i metri liberi) il poeta riversa il fuoco di un sentire inusitato. Sono quelli di cui tutta la letteratura moderna sarà nutrita e intrisa: il piacere(quando è torbido ed amaro) la perversione, l’ odio di sé e degli altri, la coscienza sempre più penosa di se stessi (l’angoscia che pianta sul cranio inclinato il suo vessillo nero) e infine la sfida suprema verso una società che si pretende cristiana – e contro cui il poeta peraltro adotta la stessa simbologia ed iconologia: inferni, paradisi, limbi, angeli e demoni -: quella di dubitare dell’esistenza stessa di Dio.
AL LETTORE
La stoltezza, l'errore, il peccato, l'avarizia, abitano i nostri spiriti e agitano i nostri corpi; noi nutriamo amabili rimorsi
come i mendicanti alimentano i loro insetti.
I nostri peccati sono testardi, vili i nostri pentimenti; ci facciamo pagare lautamente le nostre confessioni e ritorniamo
gai pel sentiero melmoso, convinti d'aver lavato con lagrime miserevoli tutte le nostre macchie.
È Satana Trismegisto che culla a lungo sul cuscino del male il nostro spirito stregato, svaporando, dotto chimico, il
ricco metallo della nostra volontà.
Il Diavolo regge i fili che ci muovono! Gli oggetti ripugnanti ci affascinano; ogni giorno discendiamo d'un passo verso
l'Inferno, senza provare orrore, attraversando tenebre mefitiche.
Come un vizioso povero che bacia e tetta il seno martoriato d'un'antica puttana, noi al volo rubiamo un piacere
clandestino e lo spremiamo con forza, quasi fosse una vecchia arancia.
Serrato, brulicante come un milione di vermi, un popolo di demoni gavazza nei nostri cervelli, e quando respiriamo, la
morte ci scende nei polmoni quale un fiume invisibile dai cupi lamenti.
Se lo stupro, il veleno, il pugnale, l'incendio, non hanno ancora ricamato con le loro forme piacevoli il canovaccio
banale dei nostri miseri destini, è perché non abbiamo, ahimé, un'anima sufficientemente ardita.
Ma in mezzo agli sciacalli, le pantere, le cagne, le scimmie, gli scorpioni, gli avvoltoi, i serpenti, fra i mostri che
guaiscono, urlano, grugniscono entro il serraglio infame dei nostri vizi,
uno ve n'è, più laido, più cattivo, più immondo. Sebbene non faccia grandi gesti, né lanci acute strida, ridurrebbe
volentieri la terra a una rovina e in un solo sbadiglio ingoierebbe il mondo.
È la Noia! L'occhio gravato da una lagrima involontaria, sogna patiboli fumando la sua pipa. Tu lo conosci, lettore,
questo mostro delicato - tu, ipocrita lettore - mio simile e fratello!
SPLEEN E IDEALE
1 • BENEDIZIONE
Allorché, per decreto delle potenze supreme, il Poeta appare in questo mondo attediato, sua madre impaurita e carica di
maledizioni stringe i pugni verso Dio che l'accoglie pietoso:
- «Ah, perché non ho partorito un groviglio di vipere piuttosto che nutrirmi in seno questa cosa derisoria? Maledetta sia
la notte d'effimeri piaceri in cui il mio ventre ha concepito la mia espiazione!
Poi che m'hai scelta fra tutte le donne perché divenissi disgustosa al mio triste marito, non potendo rigettare nelle
fiamme come un biglietto amoroso questo mostro intristito,
farò ricadere il tuo odio che m'opprime sul maledetto strumento della tua cattiveria e torcerò talmente quest'albero
miserabile che esso non potrà innalzare i suoi germogli impestati.»
Inghiotte così la schiuma del suo odio e, ignara degli eterni disegni, prepara essa stessa in fondo alla Geenna i roghi
consacrati ai delitti materni.
Tuttavia, assistito da un Angelo invisibile, il figlio ripudiato s'inebbria di sole, e in tutto quel che beve e che mangia
trova ambrosia e nettare vermiglio.
Gioca col vento, discorre con la nuvola, s'ubbriaca, cantando, del Calvario; e lo Spirito che lo segue nel suo
pellegrinaggio, piange al vederlo gaio come uccello di bosco.Tutti coloro che egli vuole amare l'osservano intimoriti o, rassicurati dalla sua tranquillità, fanno a gara a chi gli caverà
un sospiro, sperimentando su di lui la propria ferocia.
Mescolano al pane e al vino destinati alla sua bocca cenere e sputi impuri; con ipocrisia buttano quanto egli tocca,
s'incolpano d'aver posto il piede sulle sue orme.
Sua moglie va gridando per le piazze: - «Poi che mi trova tanto bella da adorarmi, farò come gli idoli antichi, come essi
vorrò che egli m'indori, e m'indori ancora;
m'ubbriacherò di nardo, di incenso e di mirra, di genuflessioni, di carne e di vino, per sapere se io possa, in un cuore che
m'ammira, usurpare, ridendo, gli omaggi destinati alla divinità.
E, stanca di queste farse empie, poserò su di lui la mia forte e fragile mano; le mie unghie, come quelle delle arpie,
sapranno farsi strada sino in fondo al suo cuore.
Simile ad un uccellino che palpita e che trema gli strapperò il rosso cuore dal petto e lo butterò, sprezzante, al mio
animale favorito perché se ne sazi.»
Verso il cielo, ove il suo occhio mira uno splendido trono, il Poeta sereno leva le pie braccia, e i grandi lampi del suo
spirito lucido gli precludono la vista dei popoli inferociti:
- «Sii benedetto, mio Dio, che concedi la sofferenza come un rimedio divino alle nostre vergogne e come l'essenza più
pura ed efficace per preparare i forti a sante voluttà.
So che tu tieni un posto al Poeta nelle file beate delle tue Legioni, e che tu l'inviti all'eterna festa di Troni, Virtù e
Dominazioni.
So che il dolore è la sola nobiltà cui mai potranno mordere e terra e inferno; e che per intrecciare la mia mistica corona
si dovranno tassare tutti i tempi e tutti gli universi.
Ma i gioielli perduti dell'antica Palmira, i metalli ignoti, le perle del mare, montati dalla tua mano, non basterebbero al
bel diadema, chiaro, abbagliante;
esso sarà pura luce attinta al focolare santo dei raggi primigeni, di cui gli occhi mortali, al massimo del loro splendore,
non sono che specchi oscuri e lagrimosi.
2 • L'ALBATRO
Sovente, per diletto, i marinai catturano degli albatri, grandi uccelli marini che seguono, indolenti compagni di viaggio,
il bastimento scivolante sopra gli abissi amari.
Appena li hanno deposti sulle tavole, questi re dell'azzurro, goffi e vergognosi, miseramente trascinano ai loro fianchi le
grandi, candide ali, quasi fossero remi.
Com'è intrigato, incapace, questo viaggiatore alato! Lui, poco addietro così bello, com'è brutto e ridicolo. Qualcuno
irrita il suo becco con una pipa mentre un altro, zoppicando, mima l'infermo che prima volava.
E il Poeta, che è avvezzo alle tempeste e ride dell'arciere, assomiglia in tutto al principe delle nubi: esiliato in terra, fra
gli scherni, non può per le sue ali di gigante avanzare di un passo.
3 • ELEVAZIONE
Al di sopra degli stagni, al di sopra delle valli, delle montagne, dei boschi, delle nubi, dei mari, oltre il sole e l'etere, al
di là dei confini delle sfere stellate,
spirito mio tu ti muovi con destrezza e, come un bravo nuotatore che si crogiola sulle onde, spartisci gaiamente, con
maschio, indicibile piacere, le profonde immensità.
Fuggi lontano da questi miasmi pestiferi, va' a purificarti nell'aria superiore, bevi come un liquido puro e divino il fuoco
chiaro che riempie gli spazi limpidi.Felice chi, lasciatisi alle spalle gli affanni e i dolori che pesano con il loro carico sulla nebbiosa esistenza, può con ala
vigorosa slanciarsi verso i campi luminosi e sereni;
colui i cui pensieri, come allodole, saettano liberamente verso il cielo del mattino; colui che vola sulla vita e comprende
agevolmente il linguaggio dei fiori e delle cose mute.
4 • CORRISPONDENZE
La Natura è un tempio ove pilastri viventi lasciano sfuggire a tratti confuse parole; l'uomo vi attraversa foreste di
simboli, che l'osservano con sguardi familiari.
Come lunghi echi che da lungi si confondono in una tenebrosa e profonda unità, vasta come la notte e il chiarore del
giorno, profumi, colori e suoni si rispondono.
Vi sono profumi freschi come carni di bimbo, dolci come òboi, verdi come prati - altri, corrotti, ricchi e trionfanti,
che posseggono il respiro delle cose infinite: come l'ambra, il muschio, il benzoino e l'incenso; e cantano i moti
dell'anima e dei sensi.
5
Amo il ricordo di quelle epoche nude, le cui statue Febo si compiaceva indorare. Allora uomo e donna, nella loro
mobilità, godevano senza menzogna e senza ansia; il cielo amoroso carezzava loro la schiena, ed essi così esercitavano
le virtù del loro nobile corpo. Cibele, allora feconda di ricchi prodotti, non trovava che i figli le fossero di peso: lupa dal
cuore gonfio di generosa tenerezza, nutriva l'universo con le sue brune mammelle. L'uomo vigoroso, forte, elegante,
godeva del diritto d'andar fiero delle beltà che lo proclamavano re: frutti indenni da qualsiasi oltraggio, vergini di
fenditure, la loro carne liscia e ferma chiamava i morsi.
Il Poeta oggi, se desidera immaginare quelle native grandezze là dove si mostrano le nudità dell'uomo e della donna,
sente calare sulla sua anima un freddo tenebrore dinanzi a un quadro nero, spaventoso. O mostruosità piangenti il
proprio abito! tronchi ridicoli, torsi degni di maschere; magri, poveri corpi torti, ventruti e flaccidi, che il dio dell'Utile,
implacabilmente sereno, strinse, sin dalla nascita, nelle sue fasce bronzee. E voi donne, pallide ahimè come ceri, che il
vizio insieme consuma e nutre, voi vergini, che trascinate l'eredità del peccato materno e tutte le brutture che porta la
fecondità.
Noi abbiamo, è vero, noi nazioni corrotte, bellezze ignote a quei popoli antichi: visi smangiati dalle cancrene del cuore,
bellezze fiorite dalla spossatezza. Ma queste invenzioni delle nostre ultime muse non impediranno mai alle razze
malsane di rendere un omaggio profondo alla giovinezza - alla santa giovinezza, dall'aria semplice, dall'occhio limpido
e chiaro come un'acqua corrente, che, incurante come l'azzurro del cielo, come gli uccelli e i fiori, sparge su tutto i suoi
profumi, le sue canzoni e il suo dolce calore.
6 • I FARI
Rubens, fiume d'oblìo, giardino della pigrizia, cuscino di carne fresca su cui non si può amare, ma in cui la vita fluisce e
di continuo s'agita, come l'aria nel cielo e il mare dentro il mare;
Leonardo da Vinci, specchio oscuro e profondo, in cui angeli incantevoli, con un dolce sorriso pieno di mistero,
appaiono all'ombra dei ghiacciai e dei pini che ne chiudono il paesaggio;
Rembrandt, triste ospedale tutto pieno di murmuri, decorato soltanto da un grande crocifisso, ove la preghiera in
lagrime esala dalle lordure e il sole d'inverno appare con un raggio improvviso;
Michelangelo, luogo indefinito in cui si vedono Ercoli mescolarsi a Cristi, elevarsi dritti dei fantasmi possenti che nei
crepuscoli si stracciano di dosso il sudario stirando le dita;
e tu, che la collera dei pugili, la bellezza dei ribaldi, l'impudenza dei fauni hai saputo raccogliere, Puget, uomo debole e
giallastro, grande cuore gonfio d'orgoglio - malinconico imperatore dei forzati;Watteau, carnevale in cui tanti cuori illustri errano come farfalle di fuoco, scenari freschi e leggeri rischiarati da lumi
che, versano la follia su un ballo vertiginoso;
Goya, incubo pieno di cose misteriose, di feti fatti cuocere in pratiche stregonesche, di vecchie che si specchiano e di
fanciulle nude che si aggiustano le calze per tentare i demòni;
Delacroix, lago di sangue abitato da angeli maledetti, ombreggiato da un bosco di pini sempre verdi ove, sotto un cielo
malinconico, strane fanfare passano come un sospiro smorzato di Weber;
queste maledizioni e bestemmie, questi lamenti, queste estasi, e gridi e pianti, questi Te Deum sono un'eco ripetuta da
mille labirinti: per un cuore mortale sono un oppio divino.
È un grido ripetuto da mille sentinelle, un ordine ritrasmesso da mille portavoci, un faro acceso su mille fortezze, un
suono di cacciatori perduti in grandi boschi!
Perché, veramente, o Signore, è la migliore testimonianza che noi si possa dare della nostra dignità questo singhiozzo
ardente che passa di secolo in secolo per morire ai piedi della tua eternità.
7 • LA MUSA MALATA
Ahimè, povera musa mia, che cos'hai stamane? I tuoi occhi vuoti sono popolati di visioni notturne, e vedo sul colore del
tuo volto riflettersi alterni, freddi e taciturni, follia e orrore.
Il succube verdastro ed il folletto rosa hanno versato in te, dalle loro urne, la paura e l'amore? E d'un pugno dispotico e
ribelle l'incubo ti ha forse annegata al fondo di un favoloso Minturno?
Vorrei che esalando odore di salute il tuo petto fosse frequentato sempre da pensieri vigorosi e il tuo sangue cristiano
scorresse a ritmici fiotti,
come i suoni numerosi delle sillabe antiche ove regnano volta a volta Febo, padre di canzoni e il grande Pan, signore
delle messi.
8 • LA MUSA VENALE
O musa del mio cuore, amante dei palazzi, avrai tu, quando Gennaio libererà i suoi venti, nella nera noia delle sere
nevose, un tizzone che scaldi i tuoi piedi violacei?
Rianimerai dunque le tue spalle marmoree ai raggi notturni che filtrano attraverso le imposte? Al sentire borsa e palazzo
a secco, raccoglierai l'oro delle volte azzurrine?
Bisogna che tu, per guadagnarti il pane d'ogni sera, dondoli, come il chierichetto, l'incensiere, cantando un Te Deum cui
non credi?
Oppure, come un saltimbanco a digiuno, mostrerai le tue grazie e il tuo riso molle d'un pianto che non si vede per far sì
che il volgo si sganasci dalle risate?
9 • IL MONACO CATTIVO
I chiostri antichi sui loro ampi muri mostravano in immagini dipinte il santo Vero: il loro effetto, scaldando le pie
viscere, temperava il freddo della loro austerità.
In quei tempi di fioritura del seme di Cristo, più di un illustre monaco (oggi raramente citato), facendo del cimitero il
suo studio, con gran semplicità glorifica la Morte.
- La mia anima è una tomba che, cattivo cenobita, percorro e abito dall'eternità: ma nulla abbellisce i muri di questo
chiostro odioso.
O monaco fannullone! Potrò, e quando, fare dello spettacolo vivente della mia triste miseria il lavoro delle mie mani,
l'amore dei miei occhi?10 • IL NEMICO
La mia giovinezza non fu che una oscura tempesta, traversata qua e là da soli risplendenti; tuono e pioggia l'hanno
talmente devastata che non rimane nel mio giardino altro che qualche fiore vermiglio.
Ecco, ho toccato ormai l'autunno delle idee, è ora di ricorrere al badile e al rastrello per rimettere a nuovo le terre
inondate in cui l'acqua ha aperto buchi larghi come tombe.
E chissà se i fiori nuovi che vado sognando troveranno, in un terreno lavato come un greto, il mistico alimento cui
attingere forza...
O dolore,o dolore, il Tempo si mangia la vita e l'oscuro Nemico che ci divora il cuore cresce e si fortifica del sangue che
perdiamo.
11 • LA SFORTUNA
Per sollevare un così grande peso, Sisifo, ci vorrebbe tutto il tuo coraggio! Benché si lavori di lena, l'Arte è lunga, il
Tempo breve.
Lontano dai sepolcri illustri il mio cuore, come un tamburo abbrunato, batte funebri marce verso un cimitero remoto.
- Non pochi gioielli vi dormono, sepolti nelle tenebre e nell'oblìo, lontano da zappe e da sonde.
E non pochi fiori vi effondono contro voglia il loro profumo, dolce come un segreto, in profonda solitudine.
12 • LA VITA ANTERIORE
Ho a lungo abitato sotto ampi portici che i soli marini tingevano di mille fuochi e che grandi, dritti e maestosi pilastri
rendevano simili a grotte di basalto.
I marosi rotolando le immagini dei cieli, mischiavano in maniera solenne e mistica i possenti accordi della loro ricca
musica ai colori del tramonto riflessi dai miei occhi.
È là che ho vissuto in calma voluttà, nell'azzurro, fra onde, splendori e schiavi nudi che, impregnati di profumi, mi
rinfrescavano la fronte agitando palme. Loro unico scopo, rendere più profondo il segreto doloroso in cui languivo.
13 • ZINGARI IN VIAGGIO
Ieri s'è messa in viaggio la tribù profetica dalle pupille ardenti, caricandosi i piccoli sulle spalle e offrendo ai loro fieri
appetiti il tesoro sempre pronto delle mammelle pendenti.
Gli uomini vanno a piedi sotto armi lucenti di fianco ai carrozzoni in cui stanno, accucciate, le famiglie, e girano al
cielo gli occhi appesantiti dal triste rimpianto di assenti chimere.
Dal fondo della sua tana sabbiosa il grillo, vedendoli passare, rinnovella il suo canto: Cibele, che li ama, arricchisce le
sue verzure,
fa sgorgare acqua dalla roccia, spuntare fiori dal deserto per questi viaggiatori cui s'apre l'impero familiare delle tenebre
future.
14 • L'UOMO E IL MARE
Uomo libero, sempre tu amerai il mare! Il mare è il tuo specchio; tu miri, nello svolgersi infinito delle sue onde, la tua
anima. Il tuo spirito non è abisso meno amaro.Ti compiaci a tuffarti entro la tua propria immagine; tu l'abbracci con gli occhi e con le braccia, e il tuo cuore si distrae
alle volte dal suo battito al rumore di questo lamento indomabile e selvaggio.
Siete entrambi a un tempo tenebrosi e discreti: uomo, nessuno ha mai misurato la profondità dei tuoi abissi; mare,
nessuno conosce le tue ricchezze segrete, tanto siete gelosi di conservare il vostro mistero.
E tuttavia sono innumerevoli secoli che vi combattete senza pietà né rimorsi, talmente amate la carneficina e la morte,
eterni lottatori, fratelli implacabili.
15 • DON GIOVANNI ALL'INFERNO
Quando Don Giovanni discese verso l'onda sotterranea, ed ebbe pagato l'obolo a Caronte, un triste mendicante, l'occhio
fiero come Antistene, s'impadronì dei remi con braccio fiero e vendicatore.
Come un grande branco di vittime offerte, donne si contorcevano sotto il nero firmamento, mostrando i seni cascanti,
dischiudendo le vesti, mugghiando lungamente dietro di lui.
Sganarello ridendo reclamava il salario, Don Luigi con tremulo dito mostrava ai morti erranti sulle rive l'audace figlio
che rise delle sue canizie.
Rabbrividendo, chiusa nel suo lutto, la casta, magra Elvira, vicina al perfido sposo che fu suo amante, sembrava
chiedergli un supremo sorriso in cui brillasse la dolcezza del primo giuramento.
Eretto nella sua armatura un uomo di pietra, al timone, solcava il nero flutto. Ma l'eroe, calmo, chino sulla sua spada
contemplava la scia, sdegnoso d'altro vedere.
16 • CASTIGO D'ORGOGLIO
A quei tempi meravigliosi in cui la Teologia fiorì con più linfa e vigore, si racconta che un giorno uno dei più grandi fra
i dottori, - dopo avere scosso i cuori indifferenti e averli rimescolati nelle loro nere profondità, dopo essersi aperto verso
le glorie celesti strane vie a lui stesso ignote, cui erano giunti soltanto puri spiriti - come fosse salito troppo in alto e il
panico l'avesse preso, gridò trasportato da un orgoglio satanico: «Gesù, piccolo Gesù, io t'ho innalzato troppo! Ma se
t'avessi voluto attaccare dove ti mostri più debole, la tua vergogna uguaglierebbe la tua gloria, tu non saresti più che un
risibile feto.»
Subito perdette la ragione, d'un nero velo si coprì lo splendore di quel sole, il caos s'impadronì di quell'intelligenza,
tempio una volta pieno di vita, d'ordine e di ricchezza, sotto i cui soffitti aveva scintillato tanta pompa. S'istallarono in
lui notte e silenzio, come in un antro di cui si fosse perduta la chiave. Da allora egli fu in tutto simile alle bestie
vagabonde; e quando andava, senza nulla vedere, attraverso i campi, non riconoscendo più le estati e gli inverni,
sudicia, inutile, laida cosa inutile, diventava la gioia e lo zimbello dei ragazzi.
17 • LA BELLEZZA
Sono bella, o mortali, come un sogno di pietra e il mio seno, cui volta a volta ciascuno s'è scontrato, è fatto per ispirare
al poeta un amore eterno e muto come la materia.
Troneggio nell'azzurro quale Sfinge incompresa, unisco un cuore di neve alla bianchezza dei cigni, odio il movimento
che scompone le linee e mai piango, mai rido.
I poeti, di fronte alle mie grandi pose, che ho l'aria di imitare dai più fieri monumenti, consumeranno i giorni in studi
severi, perché, onde affascinare quei docili amanti, ho degli specchi puri che fanno più bella ogni cosa: sono i miei
occhi, i miei grandi occhi dalla luce immortale.
18 • L'IDEALE
Non sapranno mai, queste bellezze da vignette, questi prodotti avariati, nati da un secolo cialtrone, questi piedi da
stivaletti, queste dita da nacchere, soddisfare un cuore come il mio.Lascio a Gavarni, poeta di clorosi, il suo gregge mormorante di bellezze da ospedale: non posso trovare fra queste
pallide rose, un fiore che assomigli al mio rosso ideale.
Quel che ci vuole per questo cuore profondo come un abisso sei tu, Lady Macbeth, anima forte nel delitto, sogno
eschileo schiusosi in climi iperborei;
o sei tu, grande Notte, nata da Michelangelo, che torci quetamente, in una strana posa, le tue forme fatte per la bocca dei
Titani.
19 • LA GIGANTESSA
Al tempo che la Natura nella sua possente energia, concepiva ogni giorno figli mostruosi, avrei voluto vivere vicino a
una giovane gigantessa, come un gatto voluttuoso s'accuccia ai piedi d'una regina.
Avrei voluto contemplare il suo corpo fiorire con la sua anima e crescere liberamente in terribili giochi; indovinare,
dalle umide brume che fluttuano nei suoi occhi, se il suo cuore covi un'oscura fiamma;
percorrere, a volontà, le sue magnifiche forme: arrampicarmi sul pendìo delle sue ginocchia enormi, e qualche volta,
l'estate, quando soli malsani
la fanno, stanca, distendersi attraverso la campagna, dormire buttato all'ombra dei suoi seni, come un quieto casolare
all'ombra d'una montagna.
20 • LA MASCHERA
Statua allegorica di gusto rinascimentale
A Ernest Christophe, scultore
Contempliamo questo tesoro di grazie fiorentine: nell'ondulazione del suo corpo muscoloso Eleganza e Forza, sorelle
divine, ugualmente abbondano. Questa donna, pezzo veramente miracoloso, divinamente forte, adorabilmente sottile, è
fatta per troneggiare su letti sontuosi a carezzare gli ozi d'un pontefice o d'un principe.
- Guarda anche quel sorriso fine e voluttuoso in cui la Fatuità si muove estatica: quel lungo sguardo sornione, languido
e irridente, quel viso graziosamente fine, tutto ravvolto di veli, di cui ogni tratto ci dice con aria vittoriosa: «La Voluttà
mi chiama, l'Amore mi incorona!» A quest'essere maestoso, guarda che eccitante fascino la gentilezza conferisce.
Avviciniamoci e giriamo attorno alla sua beltà.
O bestemmia dell'arte, o sorpresa fatale. La donna dal corpo divino, tutto una promessa di felicità finisce in alto in un
mostro dalla doppia testa!
- Ma no, non è che una maschera, un ornamento ingannatore, questo volto rischiarato da una smorfia squisita. Guarda,
ecco, atrocemente contratta, la vera testa e l'autentica faccia, rovesciata dietro la faccia mentitrice. Povera, grande beltà!
Il magnifico fiume del tuo pianto finisce nel mio cuore turbato; la tua menzogna m'inebria e la mia anima s'abbevera ai
flutti che il Dolore fa sgorgare dai tuoi occhi.
- Perché piange, lei, la bellezza perfetta che terrebbe sotto i piedi la vinta umanità? Quale male misterioso divora il suo
fianco d'atleta?
- Lei piange, insensata, perché ha vissuto e perché vive! Ma quel che soprattutto ella deplora, e la fa fremere sino ai
ginocchi è il fatto che domani bisognerà che viva ancora. Domani, e domani ancora, e sempre. Come noi.
21 • INNO ALLA BELLEZZA
Vieni tu dal cielo profondo o sorgi dall'abisso, Beltà? Il tuo sguardo, infernale e divino, versa, mischiandoli, beneficio e
delitto: per questo ti si può comparare al vino.Riunisci nel tuo occhio il tramonto e l'aurora, diffondi profumi come una sera di tempesta; i tuoi baci sono un filtro, la
tua bocca un'anfora, che rendono audace il fanciullo, l'eroe vile.
Sorgi dal nero abisso o discendi dagli astri? Il Destino incantato segue le tue gonne come un cane: tu semini a casaccio
la gioia e i disastri, hai imperio su tutto, non rispondi di nulla.
Cammini sopra i morti, Beltà, e ti ridi di essi, fra i tuoi gioielli l'Orrore non è il meno affascinante e il Delitto, che sta
fra i tuoi gingilli più cari, sul tuo ventre orgoglioso danza amorosamente.
La farfalla abbagliata vola verso di te, o candela, e crepita, fiammeggia e dice: «Benediciamo questa fiaccola!»
L'innamorato palpitante chinato sulla bella sembra un morente che accarezzi la propria tomba.
Venga tu dal cielo o dall'inferno, che importa, o Beltà, mostro enorme, pauroso, ingenuo; se il tuo occhio, e sorriso, se il
tuo piede, aprono per me la porta d'un Infinito adorato che non ho conosciuto?
Da Satana o da Dio, che importa? Angelo o Sirena, che importa se tu - fata dagli occhi vellutati, profumo, luce, mia
unica regina - fai l'universo meno orribile e questi istanti meno gravi?
22 • PROFUMO ESOTICO
Quando, a occhi chiusi, una calda sera d'autunno, respiro il profumo del tuo seno ardente, vedo scorrere rive felici che
abbagliano i fuochi di un sole monotono;
una pigra isola in cui la natura esprime alberi bizzarri e frutti saporosi, uomini dal corpo snello e vigoroso e donne che
meravigliano per la franchezza degli occhi.
Guidato dal tuo profumo verso climi che incantano, vedo un porto pieno d'alberi e di vele ancora affaticati dall'onda
marina,
mentre il profumo dei verdi tamarindi che circola nell'aria e mi gonfia le narici, si mescola nella mia anima al canto dei
marinai.
23 • LA CAPIGLIATURA
O chioma che ti svolgi sin sopra il collo! O boccoli! O profumo carico d'indolenza! Estasi! per popolare stassera
l'alcova oscura dei ricordi dormienti in questa capigliatura, io voglio sventolarla nell'aria come un fazzoletto!
L'Asia languida e l'ardente Africa, tutto un mondo lontano, quasi defunto, vive nelle tue profondità, o foresta aromatica!
Come altri spiriti navigano sulla musica, il mio, amor mio, naviga nel tuo profumo.
Andrò laggiù, dove l'uomo e l'albero, pieni di linfa, godono a lungo dell'ardore del clima; o forti trecce, siate l'onda che
mi porta via. Tu contieni, mare d'ebano, un abbondante sogno di vele, di vogatori, di alberi e stendardi:
un porto risonante in cui la mia anima può abbeverarsi, a grandi sorsate di profumo, di suono e di colore; in cui vascelli,
scivolando nell'oro e nel marezzo, aprono le vaste braccia a stringere la gloria d'un cielo puro in cui freme sempiterno
calore.
Tufferò il mio corpo ebbro e innamorato in questo nero oceano che l'altro racchiude, e il mio spirito sottile, accarezzato
dal rollìo, saprà ritrovarsi, o feconda pigrizia, infiniti ondeggiamenti dell'ozio profumato!
Capelli blu, padiglione di tenebre distese, voi mi ridonate l'azzurro dell'immenso cielo ricurvo: sui bordi vellutati delle
vostre ciocche ritorte, m'inebrio con ardore dei sentori mischiati d'olio di cocco, di muschio e di catrame.
A lungo, sempre, la mia mano seminerà, nella tua capigliatura greve, il rubino, la perla e lo zaffiro, così che tu non sia
mai sorda al mio desiderio! Non sei l'oasi che sogno, la fiasca in cui, a lunghi sorsi, bevo il vino del ricordo?
24T'adoro al pari della volta notturna, o vaso di tristezza, o grande taciturna! E tanto più t'amo quanto più mi fuggi, o
bella, e sembri, ornamento delle mie notti, ironicamente accumulare la distanza che separa le mie braccia dalle azzurrità
infinite.
Mi porto all'attacco, m'arrampico all'assalto come fa una fila di vermi presso un cadavere e amo, fiera implacabile e
cruda, sino la freddezza che ti fa più bella ai miei occhi.
25
Tu metteresti l'universo intero nella tua alcova donna impura: la noia ti rende crudele. Per tenere in esercizio i tuoi denti
al tuo singolare gioco, ti necessita, ogni giorno, un cuore sulla rastrelliera. I tuoi occhi, illuminati come botteghe o
antenne fiammeggianti nelle feste pubbliche, fanno uso, con insolenza, d'un potere preso a prestito senza conoscere la
legge della bellezza.
O macchina cieca e sorda, feconda in atrocità! Salutare strumento che ti sazi del sangue del mondo, com'è che non hai
vergogna, com'è che non vedi impallidire le tue attrattive dinanzi a ogni specchio? La grandezza del male in cui ti reputi
sapiente non t'ha mai fatto indietreggiare di spavento, quando la natura, grande nei suoi fini segreti, si serve di te,
femmina, regina del peccato - di te, vile animale - per plasmare un genio?
O fangosa grandezza! suprema ignominia!
26 • SED NON SATIATA
Bizzarra deità, bruna come le notti, dal profumo mischiato di muschio e d'avana, opera di qualche Obi, Faust della
savana: ammaliatrice color d'ebano, figlia della nera mezzanotte,
io preferisco alla costanza, all'oppio, alle notti, l'elisir della tua bocca in cui l'amore si pavoneggia: quando verso di te i
miei desideri partono in carovana, i tuoi occhi sono la cisterna in cui bevono le mie pene.
Attraverso i due grandi occhi neri, spiragli della tua anima, demonio senza pietà, versa meno fiamme: io non sono lo
Stige per abbracciarti nove volte.
ahimè, e non posso, Megera libertina, per spezzare il tuo coraggio e metterti alle corde, nell'inferno del tuo letto divenire
una Prosérpina.
27
Con le vesti ondeggianti e iridescenti, anche quando cammina si direbbe che danzi, come quei lunghi serpenti che i
giocolieri sacri agitano ritmicamente in cima ai loro bastoni.
Come la spenta sabbia e l'azzurro dei deserti, insensibili entrambi a l'umano dolore, come le lunghe trame dell'onda
marina, ella si muove con tutta indifferenza.
I suoi occhi nitidi sono fatti di graziosi minerali, e nella sua natura strana e simbolica (in cui l'angelo inviolato si
mischia all'antica sfinge,
in cui tutto è oro, acciaio, luce e diamanti) risplende per sempre, come un astro inutile, la fredda maestà della donna
sterile.
28 • IL SERPENTE CHE DANZA
Quanto mi piace, cara indolente, veder scintillare la pelle del tuo splendido corpo come se fosse una stoffa ondeggiante.
Sulla tua chioma profonda, dagli acri profumi, mare odoroso e vagabondo, di flutti azzurri e bruni,
come un vascello che si sveglia al vento del mattino, la mia anima sognante s'appresta a un cielo lontano.
I tuoi occhi, che nulla rivelano di dolce o d'amaro, sono due gioielli in cui l'oro si unisce al ferro.A vederti procedere ritmicamente, bella d'abbandono, ti si direbbe un serpente che danza in cima a un bastone.
Sotto il fardello della pigrizia il tuo capo di fanciulla si dondola con la mollezza d'un giovane elefante.
E il tuo corpo si piega e s'allunga come una bella nave che bordeggia e tuffa nell'acqua le sue antenne.
Quale flutto ingrossato dallo sciogliersi di ghiacciai grondanti, quando l'acqua della tua bocca risale ai tuoi denti,
mi pare di bere un vino di Boemia amaro e vittorioso, un cielo liquido che semina di stelle il mio cuore!
29 • UNA CAROGNA
Ricordi tu l'oggetto, anima mia, che vedemmo quel mattino d'estate così dolce? Alla svolta d'un sentiero un'infame
carogna sopra un letto di sassi,
le gambe all'aria, come una femmina impudica, bruciando e sudando i suoi veleni, spalancava, con noncuranza e
cinismo, il suo ventre pieno d'esalazioni.
Il sole dardeggiava su quel marciume come volendolo cuocere interamente, rendendo centuplicato alla Natura quanto
essa aveva insieme mischiato;
e il cielo contemplava la carcassa superba sbocciare come un fiore. Il puzzo era tale che tu fosti per venir meno
sull'erba.
Le mosche ronzavano sul ventre putrido donde uscivano neri battaglioni di larve colanti come un liquame denso lungo
gli stracci della carne.
Tutto discendeva e risaliva come un'onda, o si slanciava brulicando: si sarebbe detto che il corpo gonfio d'un vuoto
soffio, vivesse moltiplicandosi.
E tutto esalava una strana musica, simile all'acqua corrente o al vento, o al grano che il vagliatore con ritmico
movimento agita e volge nel vaglio.
Le forme si cancellavano riducendosi a puro sogno: schizzo, lento a compiersi, sulla tela (dimenticata) che l'artista
condurrà a termine a memoria.
Dietro le rocce una cagna inquieta ci guardava con occhio offeso, spiando il momento in cui riprendere allo scheletro il
brano abbandonato.
- Eppure tu sarai simile a quell'immondizia, a quell'orribile peste, stella degli occhi miei, sole della mia natura, mia
passione, mio angelo!
Sì, tu, regina delle grazie, sarai tale dopo l'estremo sacramento, allora che, sotto l'erba e i fiori grassi, andrai a marcire
fra le ossa.
Allora, o bella, dillo, ai vermi che ti mangeranno di baci, che io ho conservato la forma e l'essenza divina di tutti i miei
decomposti amori.
30 • DE PROFUNDIS CLAMAVI
Imploro pietà da Te, l'unica che io ami, dal fondo dell'anima in cui è caduto il mio cuore. È un universo tristissimo,
dall'orizzonte plumbeo, e vi si muovono, la notte, l'orrore e la bestemmia;
un sole privo di calore si libra sopra per sei mesi, gli altri se la notte copre la terra; è un paese più nudo della terra
polare: né bestie, né ruscelli, né verde di boschi!
Non v'è orrore al mondo che sorpassi la fredda crudeltà di questo sole di ghiaccio e di questa immensa notte simile al
vecchio Caos;io invidio la sorte dei più vili animali, che possono inabissarsi in uno stupido sonno, tanto lentamente si dipana la
matassa del tempo.
31 • IL VAMPIRO
O tu, che come un coltello sei penetrata nel mio cuore gemente: o tu, che come un branco di demoni, venisti, folle e
ornatissima,
a fare del mio spirito umiliato il tuo letto e il tuo regno - infame cui sono legato come il forzato alla catena,
come il giocatore testardo al gioco, come l'ubbriaco alla bottiglia, come i vermi alla carogna - maledetta, sii tu
maledetta!
Ho chiesto alla veloce lama di farmi riconquistare la libertà, ho detto al perfido veleno di venire in soccorso della mia
vigliaccheria.
Ahimè, che il veleno e la lama m'hanno disdegnato, e m'hanno detto: «Tu non sei degno di venir sottratto alla tua
maledetta schiavitù,
imbecille! Se i nostri sforzi ti liberassero, i tuoi baci risusciterebbero il cadavere del tuo vampiro.»
32
Una notte che giacevo presso un'orribile Ebrea, come un cadavere disteso presso un cadavere, mi diedi a pensare, vicino
a quel corpo venduto, alla malinconica bellezza di cui il mio desiderio si priva.
Mi figuravo la sua nativa maestà, il suo sguardo armato insieme di forza e di grazia, i capelli che le fanno un casco
profumato e il cui ricordo in me riaccende l'amore.
Avrei con ardore baciato il tuo nobile corpo e passato il tesoro di profonde carezze dai tuoi freschi piedi alle tue trecce
nere,
se, qualche sera, o regina crudele, con un pianto ottenuto senza sforzo tu potessi solamente offuscare lo splendore delle
tue fredde pupille.
33 • RIMORSO POSTUMO
Quando tu dormirai, mia bella tenebrosa, al fondo d'un sepolcro in marmo nero e non avrai più per alcova e castello che
una tomba stillante e una cava fossa;
quando la pietra, opprimendo il tuo petto impaurito e i tuoi fianchi che ammorbidisce una dolce pigrizia, impedirà al tuo
cuore di battere e di volere, e ai tuoi piedi di correre l'avventura,
la tomba, confidente del mio sogno infinito (perché essa comprenderà sempre il poeta), durante quelle lunghe notti
insonni,
ti dirà: «Che ti serve, cortigiana malriuscita, di non aver conosciuto quello che i morti piangono?». - E il verme roderà
la tua pelle come un rimorso.
34 • IL GATTO
Vieni, mio bel gatto, sul mio cuore innamorato; ritira le unghie nelle zampe, lasciami sprofondare nei tuoi occhi in cui
l'agata si mescola al metallo.
Quando le mie dita carezzano a piacere la tua testa e il tuo dorso elastico e la mia mano s'inebria del piacere di palpare il
tuo corpo elettrizzato,vedo in ispirito la mia donna. Il suo sguardo, profondo e freddo come il tuo, amabile bestia, taglia e fende simile a un
dardo, e dai piedi alla testa
un'aria sottile, un temibile profumo ondeggiano intorno al suo corpo bruno.
35 • DUELLUM
Due guerrieri sono corsi l'uno contro l'altro, le loro armi hanno insanguinato e illuminato l'aria. Quei colpi, quei
ticchettii sono gli schiamazzi d'una gioventù in preda a un amore che piange.
Le spade sono spezzate come la nostra giovinezza, o cara. Ma i denti, le unghie appuntite vendicheranno presto la lama
traditrice. O furore di cuori maturi ulcerati dall'amore!
I nostri eroi, stringendosi furiosamente, sono precipitati nel burrone infestato dai gattopardi e dalle lonze, e la loro pelle
fiorirà i roveti aridi.
Quell'abisso è l'inferno, popolato dai nostri amici. Rotoliamoci senza rimorsi, amazzone inumana, al fine di eternare
l'ardore del nostro odio.
36 • IL BALCONE
O madre dei ricordi, amante delle amanti, o tu che assommi tutti i miei piaceri, tutti i miei doveri. Ricorderai la bellezza
delle carezze, la dolcezza del focolare, l'incanto delle sere, madre dei ricordi, amante delle amanti?
Le sere illuminate dall'ardore dei tizzoni e le sere al balcone, velate da vapori rosa. Come il tuo seno m'era dolce, il tuo
cuore fraterno! Noi abbiamo pronunciato spesso imperiture parole, le sere illuminate dall'ardore dei tizzoni.
Come sono belli i soli nelle calde sere, come lo spazio è profondo, il cuore possente! Curvandomi su di te, regina fra
tutte le adorate, credevo respirare il profumo del tuo sangue. Come sono belli i soli nelle calde sere!
La notte s'ispessiva come un muro, i miei occhi indovinavano al buio le tue pupille e io bevevo il tuo respiro, o dolcezza
mia, mio veleno, mentre i tuoi piedi s'addormentavano nelle mie mani fraterne. La notte s'ispessiva come un muro.
Conosco l'arte di evocare gli istanti felici: così rividi il mio passato, accucciato fra i tuoi ginocchi. Perché cercare la tua
languida bellezza fuori del tuo caro corpo e del tuo cuore così dolce? Conosco l'arte di evocare gli istanti felici.
Giuramenti, profumi, baci senza fine rinasceranno da un abisso interdetto alle nostre sonde così come risalgono al cielo
i soli, rinvigoriti, dopo essersi lavati nel profondo dei mari. O giuramenti, profumi, baci senza fine!
37 • L'INDEMONIATO
Il sole s'è velato. Come lui, Luna della mia vita, copriti d'ombra; dormi o fuma a tuo piacere; sii muta, scura in volto,
tuffati nell'abisso della noia.
T'amo così come sei! E pure, se oggi vuoi, come un astro eclissato che esce dalla penombra, pavoneggiarti là dove
regna la Follia, fallo. Grazioso pugnale, esci dalla tua guaina.
Accendi la pupilla alla fiamma dei candelabri e accendi la brama nello sguardo della gente più rozza. Tutto di te mi dà
un piacere morboso e irrequieto;
sii ciò che tu vuoi, notte nera come rossa aurora. Non ho una sola fibra del mio corpo tremante che non gridi: O diletto
Belzebù, io ti adoro!
38 • UN FANTASMA
_I • Le tenebreNei sotterranei d'insondabile tristezza dove il Destino m'ha relegato e in cui mai può penetrare raggio rosa e gaio; in cui,
tutto solo con la Notte, scontrosa ospite,
sto come un pittore che un Dio ironico condanna a dipingere, ahimè, nelle tenebre; e dove, cuoco dai funebri appetiti,
faccio bollire e mangio il mio cuore,
a momenti brilla allungandosi, e distendendosi, un fantasma di grazia e di splendore. Alla sua sognante andatura,
quando raggiunge la sua totale estensione, riconosco la mia bella visitatrice: è Lei, nera e tuttavia luminosa.
_II • Il profumo
Lettore, hai tu qualche volta respirato, con ebbrezza e sottile ghiottoneria, il granello d'incenso che riempie una chiesa o
l'antico muschio d'un sacchetto?
Incanto profondo, magico, del quale il passato tornato a vivere ci inebria nel presente! Così l'amante coglie sul corpo
amato il fiore squisito del ricordo.
Dei suoi capelli elastici e grevi, vivente cuscinetto, incensiere d'alcova, saliva un sentore selvaggio e fulvo,
e dagli abiti, fossero di mussola o di velluto (tutti impregnati della sua giovinezza pura) si sprigionava un profumo di
pelliccia.
_III • La cornice
Come una bella cornice aggiunge al quadro, anche se sia opera d'un famoso pennello, un nonsoché di strano e
d'incantato, isolandolo dall'immensa natura,
così gioielli, mobili, metalli, dorature s'adattavano mirabilmente alla sua rara beltà; nulla ne oscurava il perfetto
splendore, tutto sembrava servirle di ornamento.
Si sarebbe detto, talvolta, ch'essa si credesse amata da ogni cosa: affondava voluttuosamente la sua nudità
nei baci della biancheria e del raso, e, lenta o brusca, in ogni movimento mostrava la grazia infantile della scimmia.
_IV • Il ritratto
Malattia e Morte fanno cenere del fuoco che per noi due arse. Di quei grandi occhi così fervidi, così teneri, di quella
bocca in cui il mio cuore annegò,
di quei baci possenti come un balsamo, di quei moti più vivi che raggi, cosa resta? Terribile, anima mia! Null'altro che
lo schizzo sbiadito, a matite di tre colori,
che, come me muore in solitudine e che il Tempo, vegliardo ingiurioso, ogni giorno struscia con la sua ala ruvida...
Nero assassino della Vita e dell'Arte, tu non ucciderai mai nella mia memoria colei che fu per me gloria e gioia.
39
Ti dono questi versi, perché se un giorno il mio nome approderà felicemente alle epoche lontane e farà sognare qualche
sera i cervelli degli uomini, vascello assecondato da un gran vento,
il ricordo di te, pari alle vaghe favole, affatichi il lettore come un timpano, e resti appeso come un fraterno e mistico
anello alle mie rime altere;
essere maledetto cui, dagli abissi profondi sino al più alto dei cieli, nulla all'infuori di me risponde! O tu, che come
un'ombra dall'effimera orma,calpesti con piede leggero e sguardo sereno gli stupidi mortali che t'hanno giudicato amara, statua dagli occhi metallici,
grande angelo dalla bronzea fronte!
40 • SEMPER EADEM
«Di dove viene» dicevi «questa strana tristezza che sale come il mare sulla roccia nera e nuda?» - Quando il nostro
cuore ha fatto la sua vendemmia, vivere non è che male. È un segreto noto a tutti,
un dolore semplice, senza misteri e, come la tua gioia, a tutti manifesto. Cessa dunque, bella curiosa, d'indagare. E se
pure la tua voce è dolce, taci!
Taci, ignorante, anima perennamente in estasi, bocca dal riso infantile! Assai più che la Vita ci tiene la Morte con i suoi
legami sottili.
Lascia, lascia il mio cuore inebriarsi d'una menzogna, tuffarsi nei tuoi begli occhi come in un sogno e a lungo
sonnecchiare all'ombra dei tuoi cigli.
41 • TUTTA INTERA
Il Demonio è venuto a trovarmi, questa mattina, lassù in alto, nella mia camera; e con l'intenzione di cogliermi in fallo
mi ha detto: «Vorrei sapere qual è la cosa più dolce,
fra tutte quelle che fanno il suo incanto, fra le parti nere o rosa che formano il suo corpo affascinante.»
E tu, Anima mia, rispondesti all'Aborrito: «Poi che in Lei tutto è dittamo, che cosa preferire?
Dacché tutto mi rapisce, ignoro se qualcosa mi seduce maggiormente. Ella abbaglia come l'Aurora, consola come la
Notte,
E l'armonia che governa il suo bel corpo è troppo squisita perché un'analisi impotente ne annoti i tanti accordi.
O mistica metamorfosi di tutti i miei sensi fusi in uno! Il suo fiato è musica, la sua voce profumo!»
42
Che dirai questa sera, povera anima solitaria, che dirai, cuore mio, cuore già vizzo, alla più bella, alla più buona, alla più
cara, il cui sguardo divino t'ha all'improvviso fatto rifiorire?
- A cantare le sue lodi impegneremo tutto il nostro orgoglio: nulla eguaglia la dolcezza della sua autorità; la sua carne
spirituale ha il profumo degli Angeli, il suo occhio ci veste di splendore.
Sia nella notte e nella solitudine che nella strada e fra la folla il suo fantasma danza nell'aria come una fiaccola.
A volte parla, dice: «Sono bella e ordino che per amor mio tu non ami che il Bello. Sono insieme l'Angelo custode, la
Musa e la Madonna.»
43 • LA FIACCOLA VIVENTE
Avanzano davanti a me questi Occhi pieni di luce, che un angelo sapiente ha magnetizzato; avanzano questi divini
fratelli a me affratellati, muovendo nei miei occhi i loro fuochi di diamante.
Guidano i miei passi sulla strada del bello, salvandomi da ogni trappola e da ogni grave peccato; sono miei servi e io
sono loro schiavo: tutto il mio essere obbedisce a questa viva fiaccola.
Begli occhi, voi brillate della mistica luce dei ceri accesi in pieno giorno: il sole arrossa ma non spegne la loro fiamma
fantastica.Essi celebrano la Morte, voi cantate il Risveglio, voi procedete cantando il risveglio dell'anima mia, astri di cui nessun
sole può abbagliare la fiamma
44 • REVERSIBILITÀ
Angelo pieno di gaiezza, conosci tu l'angoscia, la vergogna, i rimorsi, i singhiozzi, i fastidi e i vaghi terrori di quelle
orrende notti che comprimono il cuore come si spiegazza una carta? Angelo pieno di gaiezza, conosci tu l'angoscia?
Angelo pieno di bontà, conosci tu l'odio, i pugni serrati nell'ombra e le lagrime di fiele - quando la Vendetta suona il suo
infernale richiamo e si fa guida delle nostre virtù? Angelo pieno di bontà, conosci tu l'odio?
Angelo pieno di salute, conosci tu le Febbri che lungo i grandi muri dell'ospizio sbiadito, come degli esiliati, vanno, con
piede strascicato, cercando il sole raro e muovendo le labbra? Angelo pieno di salute, conosci tu le Febbri?
Angelo pieno di bellezza, conosci tu le rughe, e la paura d'invecchiare e il tormento orribile di leggere l'orrore segreto
della devozione negli occhi ove a lungo bevvero i nostri avidi occhi? Angelo pieno di bellezza, conosci tu le rughe?
Angelo pieno di felicità, di gioia e di luce, si dice che Davide morente chiedesse guarigione ai profumi del tuo corpo
incantato... Ma da te non imploro che preghiere, angelo pieno di felicità, di gioia e di luce.
45 • CONFESSIONE
Una volta, una sola, dolce e amabile donna, il tuo braccio levigato s'appoggiò al mio (sul fondo tenebroso dell'anima il
ricordo non è impallidito);
era tardi, la luna si affacciava come una medaglia nuova e la solennità della notte scorreva come un fiume su Parigi
addormentata.
Lungo le case, dietro i portoni, gatti avanzavano furtivi, l'occhio vigile, oppure, come ombre amate, ci accompagnavano
lentamente.
D'un tratto, nella libera intimità fiorita sotto il pallido chiarore, da te, ricco e sonoro strumento in cui non vibra che
radiosa gaiezza,
da te, chiara e allegra come una fanfara nel mattino scintillante, sfuggì una notte lamentosa e bizzarra, vacillando
come una bambina meschina, orribile, cupa, immonda, di cui la famiglia arrossisce rinchiudendola a lungo in una
cantina, per nasconderla alla gente.
Povero angelo, così suonava la tua stridula nota: «Nulla v'è di certo quaggiù, e per quanto con cura s'imbelletti, sempre
si tradisce l'egoismo umano.
È duro essere una donna bella, banale la fatica della fredda e folle ballerina che si pavoneggia in un sorriso stereotipato;
è sciocco travaglio costruire sui cuori: tutto crolla, amore e bellezza, sino a che l'Oblìo non li butta nella sua gerla per
renderli all'Eternità!»
Sovente ho rievocato quella luna incantata, quel silenzio e languore, e l'orribile confidenza sussurratami al
confessionale del cuore.
46 • L'ALBA SPIRITUALE
Quando per i libertini l'alba bianca e vermiglia si associa all'Ideale tormentoso, un mistero vendicatore risveglia l'angelo
assopito nel bruto.
Per l'uomo tormentato che sogna ancora e che soffre, dai Cieli spirituali l'irraggiungibile azzurro s'apre e sprofonda con
l'attrattiva dell'abisso. Così, amata Dea, Essere luminoso e puro,il ricordo di te, più chiaro, roseo, incantevole, ai miei occhi ingranditi volteggia senza posa sui relitti fumosi di stupide
orge.
Il sole ha oscurato la fiamma delle candele: e, sempre vittorioso, il suo fantasma assomiglia, anima splendente, al sole
immortale.
47 • ARMONIA DELLA SERA
Ecco venire il tempo che vibrando sullo stelo ogni fiore svapora come un incensiere; i suoni e i profumi volteggiano
nell'aria della sera; valzer malinconico e languida vertigine.
Ogni fiore svapora come un incensiere; il violino freme come un cuore straziato; valzer malinconico, languida
vertigine! Il cielo è triste e bello come un grande altare.
Il violino freme come un cuore straziato, un cuore tenero che odia il nulla vasto e nero! Il cielo è triste e bello come un
grande altare; il sole annega nel suo sangue che si raggruma.
Un cuore tenero che odia il nulla vasto e nero raccoglie ogni vestigio del luminoso passato! Il sole s'è annegato nel suo
sangue che si raggruma, il tuo ricordo in me riluce come un ostensorio.
48 • LA FIALA
Vi sono profumi acuti per i quali ogni materia è porosa: si direbbe che attraversino il vetro. Aprendo un piccolo cofano
venuto dall'Oriente, la cui serratura geme e stride e grida,
o, in una casa deserta, qualche armadio pieno dell'acre odore del tempo, nero e polveroso, a volte si trova una vecchia,
memore fiala, da cui esce tutta viva un'anima che ritorna.
Mille pensieri assopiti, funebri crisalidi, frementi dolcemente nella greve oscurità, liberano l'ala e prendono slancio,
tingendosi d'azzurro, lucendo di rosa, laminandosi d'oro.
Ed ecco il ricordo inebriante volteggiare nell'aria turbata, ecco gli occhi chiudersi, la Vertigine impadronirsi dell'anima
sconfitta e spingerla a due mani verso un abisso oscurato da miasmi umani
e atterrarla in riva a un abisso secolare in cui, come Lazzaro che si straccia il sudario, si muove, svegliandosi, il
cadavere spettrale d'un vecchio amore irrancidito, affascinante e sepolcrale.
Così, quando sarò perduto nella memoria degli uomini, buttato, vecchia fiala desolata, polverosa, sudicia, abietta,
vischiosa e incrinata, nell'angolo d'un sinistro armadio,
sarò allora, amabile pestilenza, la tua bara! Testimone della tua forza e virulenza, caro veleno preparato dagli angeli,
liquore che mi rodi, o tu, vita e morte del mio cuore.
49 • IL VELENO
Il vino sa rivestire il più sordido tugurio d'un lusso miracoloso e innalza portici favolosi nell'oro del suo rosso vapore,
come un tramonto in un cielo annuvolato.
L'oppio ingrandisce le cose che già non hanno limite, allunga l'infinito, approfondisce il tempo, scava nella voluttà e
riempie l'anima al di là delle sue capacità di neri e cupi piaceri.
Ma tutto ciò non vale il veleno che sgorga dai tuoi occhi, dai tuoi occhi verdi, laghi in cui la mia anima trema
specchiandovisi rovesciata... I miei sogni accorrono a dissetarsi a quegli amari abissi.
Tutto questo non vale il terribile prodigio della tua saliva che morde, che sprofonda nell'oblìo la mia anima senza
rimorso, e trasportando la vertigine, la rotola estinta alle rive della morte!
50 • CIELO TURBATOSi direbbe che il tuo sguardo è coperto di vapori; il tuo occhio misterioso (azzurro, grigio o verde?) ora tenero ora
sognante o crudele, riflette l'indolenza e il pallore del cielo.
Ricordi i giorni bianchi, tiepidi, velati, che sciolgono in lagrime i cuori stregati, quando, presi da un male sconosciuto
che li torce, i nervi troppo svegli si fan gioco dello spirito assopito?
Tu somigli qualche volta agli splendidi orizzonti che accendono i soli delle stagioni brumose... E come risplendi, umido
paesaggio infiammato dai raggi cadenti da un cielo turbato!
O donna affascinante, o climi seducenti! Adorerò anche la tua neve e le vostre brine, e saprò ricavare dall'implacabile
inverno piaceri più acuti del ghiaccio e del ferro?
51 • IL GATTO
_I
Nel mio cervello passeggia come se fosse in casa sua un bel gatto: forte, dolce e grazioso. Se miagola lo si sente appena,
tanto il suo timbro è tenero e discreto; ma se la sua voce si allarga o incupisce essa diviene ricca e profonda. Sta in
questo il suo incanto e il suo segreto.
La voce, che stilla e sgoccia nel mio intimo più tenebroso, mi riempie come verso un ritmato e mi rallegra come un
filtro.
Addorme i miei mali più crudeli, contiene tutte le estasi; per dire le più lunghe frasi non ha bisogno di parole.
Non v'è archetto che morda sul mio cuore, strumento perfetto, o faccia più regalmente cantare la sua corda più vibrante,
della tua voce, gatto misterioso, gatto strano e serafico, in cui tutto, come in un angelo, è sottile e armonioso.
_II
Dal suo pelame biondo e bruno esce un profumo così dolce che una sera, per averlo carezzato una volta, una sola, ne fui
tutto impregnato.
È il genio familiare del luogo: giudica, presiede e ispira ogni cosa nel suo regno. È forse una fata, forse un dio?
Quando i miei occhi, tirati come da una calamita, si volgono docilmente verso questo gatto che amo (e guardo dentro
me stesso),
con stupore vedo il fuoco delle sue pupille pallide, chiare lanterne, opali viventi, che mi contemplano fissamente.
52 • LA BELLA NAVE
Voglio raccontarti, o molle incantatrice, le bellezze diverse che ornano la tua gioventù; voglio dipingere per te la tua
bellezza, in cui l'infanzia s'allea alla maturità.
Quando vai spazzando l'aria con la tua larga gonna, sembri una bella nave che prende il largo, carica di tele, e il suo
rullìo segue un ritmo pigro, dolce e lento.
Sul tuo collo ampio e tondo e sulle tue spalle piene il tuo capo si pavoneggia con strane grazie, e tu avanzi per la tua
strada con aria placida e trionfante, maestosa fanciulla.
Voglio raccontarti, o molle incantatrice, le bellezze diverse che ornano la tua gioventù; voglio dipingere per te la tua
bellezza, in cui l'infanzia s'allea alla maturità.Il tuo seno che avanza e che spinge la seta, il tuo seno trionfante è un bell'armadio i cui pannelli curvi e luminosi come
scudi mandano lampi;
scudi provocanti, armati di punte rosa! Armadio dai dolci segreti, pieno di cose buone, di vini, di profumi, di liquori,
delirio di cervelli e di cuori!
Quando vai spazzando l'aria con la tua larga gonna, sembri una bella nave che prende il largo, carica di tela, e il suo
rullìo segue un ritmo pigro, dolce e lento.
Le tue nobili gambe, sotto i volani che sempre respingono, tormentano i desideri oscuri e li provocano, simili a due
streghe che fanno girare un filtro nero in un vaso profondo.
Le tue braccia, che si prenderebbero gioco di ercoli precoci sono, solidi emuli dei lucidi boa, fatte per serrare
ostinatamente - come a volerlo imprimere nel tuo cuore - il tuo amante.
Sul tuo collo ampio e tondo, sulle tue spalle piene, il tuo capo si pavoneggia con strane grazie, e tu avanzi per la tua
strada con aria placida e trionfante, maestosa fanciulla.
53 • INVITO AL VIAGGIO
Mia fanciulla e sorella, pensa come sarebbe bello vivere insieme laggiù. Amarsi senza fine, amarsi e morire nel paese
che ti assomiglia! Gli umidi soli di quei cieli turbati hanno per il mio spirito l'incanto misterioso dei tuoi occhi traditori
splendenti tra le lagrime.
Laggiù tutto è ordine, bellezza, lusso, calma e voluttà.
Mobili lucenti, levigati dagli anni, decorerebbero la nostra stanza; i fiori più rari, mischianti i loro profumi ai vaghi
sentori dell'ambra, i ricchi soffitti, gli specchi profondi, lo splendore orientale, tutto parlerebbe in segreto all'anima la
sua dolce lingua natìa.
Laggiù tutto è ordine, bellezza, lusso, calma e voluttà.
Guarda sui canali dormire vascelli dall'umore vagabondo: è per assecondare il tuo minimo desiderio che vengono di
capo al mondo. - I soli declinanti rivestono i campi, i canali, l'intera città, di giacinto e d'oro; il mondo s'addormenta in
una calda luce.
Laggiù tutto è ordine, bellezza, lusso, calma e voluttà.
54 • L'IRREPARABILE
Possiamo soffocare il vecchio, il lungo Rimorso, che vive, si agita e si contorce, nutrendosi di noi come il verme dei
morti, come il bruco della quercia? Possiamo soffocare l'implacabile rimorso?
In quale filtro, in quale vino, in quale tisana affogheremo questo vecchio nemico, distruttore e ghiotto come la
cortigiana, paziente come la formica? - In quale filtro? - in quale vino? - in quale tisana?
Dillo, bella strega, oh, dillo, se lo sai, a questo spirito carico d'angoscia, e pari al moribondo schiacciato dai feriti,
calciato dal cavallo: dillo, bella strega, oh, dillo, se lo sai,
a questo agonizzante che già il lupo va fiutando e il corvo adocchia, a questo soldato ferito; dillo, se deve disperare
d'avere la sua croce e la sua tomba, questo povero agonizzante che già il lupo va fiutando.
Si può illuminare un cielo nero e fangoso? Si possono lacerare tenebre più dense che la pece, senz'alba né tramonto,
senza astri né lampi funerei? Si può illuminare un cielo nero e fangoso?
La Speranza che brilla alle vetrate dell'Albergo è spenta, morta per sempre! Senza luna e senza raggi, oh trovare dove
alloggiano i martiri d'una strada sbagliata! Il Diavolo ha spento tutto alle vetrate dell'Albergo!
Adorabile strega, li ami tu i dannati? Dimmi, conosci l'irremissibile? Conosci il Rimorso dai dardi avvelenati cui il
nostro cuore serve da bersaglio? Adorabile strega, li ami tu i dannati?L'Irreparabile rode col dente maledetto il pietoso monumento della nostra anima e sovente ne attacca, simile alla
termite, l'edificio alla base. L'Irreparabile rode col dente maledetto.
- Ho visto qualche volta, in fondo a un teatro da quattro soldi che un'orchestra, sonora, infiammava, una fata accendere
in un cielo infernale un'aurora miracolosa. Ho visto qualche volta, in fondo a un teatro da quattro soldi, un essere tutto
luce oro e velo abbattere l'enorme Satana: ma il mio cuore, mai visitato dall'estasi, è un teatro in cui si attende sempre,
sempre invano, l'Essere dalle ali di velo.
55 • CONVERSAZIONE
Tu sei un bel cielo d'autunno, chiaro e rosa! Ma la tristezza monta in me come il mare e lascia, rifluendo, sul mio labbro
corrucciato, il ricordo cocente del suo fango amaro.
- La tua mano scivola invano sul mio petto che si strugge; ciò che cerca, amica, è un luogo devastato dall'unghia e dal
dente feroce della donna. - Non cercare più il mio cuore: le belve l'hanno divorato.
Il mio cuore è un palazzo lordato dalla folla: ci si ubbriaca, ci si ammazza, ci si tira per i capelli. - Un profumo ondeggia
attorno al tuo seno nudo.
O Beltà, dura frusta delle anime, tu lo vuoi! Con i tuoi occhi di fuoco, splendenti come feste, tu bruci i brandelli che le
belve han risparmiato.
56 • CANTO D'AUTUNNO
_I
Ben presto affonderemo nelle fredde tenebre; addio, viva chiarità delle nostre troppo brevi estati! Sento già cadere con
dei lugubri colpi la legna echeggiante sul selciato dei cortili.
L'inverno rientra nel mio essere; collera, odio, brividi, orrore, duro e forzato affanno; e come il sole nell'inferno polare,
il mio cuore non sarà più che una massa dura e ghiacciata.
Ascolto fremendo ceppo su ceppo cadere: il patibolo non manda un'eco più sorda. Il mio spirito è come una torre che
soccombe sotto i colpi pesanti dell'infaticabile ariete.
Mi sembra, cullato da quei colpi monotoni, che in gran fretta, da qualche parte, si stia inchiodando una bara. Per chi?
Ieri era ancora estate; ed ecco, l'autunno. Questo rumore misterioso suona per una partenza.
_II
Amo la luce verdastra dei tuoi lunghi occhi, dolce beltà, ma tutto oggi m'è amaro e nulla, né il tuo amore, né l'alcova, né
il caminetto compensano il sole dardeggiante sul mare.
Ma pure, amami, tenero cuore, come una madre, anche se sono ingrato e cattivo; amante o sorella, abbi l'effimera
dolcezza d'un glorioso autunno o d'un sole declinante.
Breve compito! Attende, la tomba, avida. Ah, lascia che la fronte posata sulle tue ginocchia, gusti, rimpiangendo la
bianca, torrida estate, il raggio giallo e dolce della fine di stagione.
57 • A UNA MADONNA
Ex voto di gusto spagnolo
Voglio innalzare per te, mia Madonna, mia amante, un altare sotterraneo nel profondo della mia disperazione, e scavare,
nell'angolo più nero del mio cuore, fuori dal mondano desiderio e dall'occhio schernitore, una nicchia smaltata d'oro e
d'azzurro ove tu possa ergerti, Statua piena di stupore. Coi miei versi lucenti, intrecciati d'un puro metallo, con sapienza
costellato di rime di cristallo, porrò sul tuo capo una grande corona; e nella mia gelosia, o mortale Madonna, ti taglieròun Mantello, di gusto barbarico, rigido e pesante, foderato di sospetto: così che, come una garitta, chiuda le tue grazie. E
non sarà ornato di perle, ma di tutte le mie lagrime! La tua Veste sarà il mio desiderio, fremente, ondulante, il mio
desiderio che sale e scende, che si culla sulle cime, si riposa nelle valli, e copre d'un bacio tutto il tuo corpo bianco e
rosa. Ti farò, col mio Rispetto, delle belle Scarpe di raso, umiliate dai tuoi piedi divini: imprigionandoli in una molle
stretta, ne conserveranno l'impronta come uno stampo fedele? Se io non posso, malgrado la mia arte diligente, farti
sgabello d'una Luna d'argento, porrò almeno il Serpente che mi morde i visceri sotto i tuoi piedi, affinché tu calpesti e
schernisca, Regina vittoriosa e feconda di redenzioni, questo mostro gonfio di odio e di sputi. Vedrai i miei Pensieri,
disposti come i Ceri dinanzi all'altare fiorito della Regina delle Vergini, costellando di riflessi il soffitto dipinto in
azzurro, guardarti fissamente con degli occhi di fuoco: e poi che tutto in me ti ammira e ti ama, tutto si farà Benzoino,
Incenso, Olibano, Mirra; e senza posa verso di te, vetta bianca e nevosa, in Vapori s'innalzerà il mio Spirito tempestoso.
Infine, per completare la tua figura di Maria, e per mischiare amore e barbarie, nera Voluttà, farò, boia pieno di rimorsi,
dei sette Peccati capitali sette Coltelli ben affilati, e come un giocoliere insensibile, prendendo il più profondo del tuo
amore come bersaglio, li pianterò nel tuo Cuore ansimante, nel tuo Cuore singhiozzante, nel tuo Cuore ruscellante.
58 • CANZONE DI POMERIGGIO
Sebbene le tue sopracciglia minacciose ti diano un'aria strana, che non è certo quella d'un angelo, o strega dagli occhi
allettanti,
io t'adoro, o mia frivola, mia terribile passione, con tutta la devozione del prete per il suo idolo.
Il deserto e la foresta profumano le tue trecce grevi, il tuo capo ha gli atteggiamenti dell'enigma e del segreto.
Il profumo gira sulla tua carne come intorno a un incensiere; tu incanti come fa la sera, ninfa calda e tenebrosa.
Ah, i filtri più forti non valgono nulla a paragone della tua pigrizia, e tu conosci la carezza che fa rivivere i morti.
I tuoi fianchi sono innamorati della tua schiena e dei tuoi seni, e tu affascini i cuscini con le tue pose languide.
Qualche volta, per calmare la tua ira misteriosa, tu distribuisci con serietà il morso e il bacio;
tu mi strazi, o mia bruna, con il tuo riso canzonatore e poi posi sul mio un occhio dolce come la luna.
Sotto i tuoi scarpini di raso e i tuoi affascinanti piedi di seta, io depongo la mia grande gioia, il mio genio e il mio
destino,
la mia anima, che tu hai sanato, o colore e luce, esplosione d'ardore nella mia nera Siberia.
59 • SISINA
Immaginate Diana che percorre con un corteo galante i boschi e batte le macchie, petto e capelli al vento, ebbra di
strepiti, superba, sfidando i più bravi cavalieri!
Avete visto Théroigne, innamorata di carneficine, che incita all'assalto una gente scalza, guance ed occhi di fuoco,
sostenendo la sua parte e salendo, sciabola in pugno, le scalinate regali?
Tale è Sisina! Ma la dolce guerriera ha l'animo tanto pietoso quanto feroce: il suo coraggio, eccitato dalla polvere e dai
tamburi,
sa abbassare le armi davanti ai supplici, e il suo cuore, devastato dalla fiamma, ha sempre una riserva di lagrime, per chi
se ne mostra degno.
60 • LODI DELLA MIA FRANCESCA
Ti canterò su nuove corde, o piccolo novale che suoni nella solitudine del cuore.
Sii di serti tutta ornata, o donna di delizie per cui sono rimessi i peccati!Come da un benefico Lete attingerò baci da te, che sei attraversata da magnete.
Quando una tempesta di vizi turbava tutti i sentieri apparisti tu, Dea,
come stella salutare sui naufragi amari... Voterò il cuore ai tuoi altari!
Vasca colma di virtù, fonte di eterna giovinezza, ridà voce ai labbri muti!
Quanto era sudicio bruciasti, quanto rozzo, levigasti, quanto debole, rinforzasti.
Nella fame mia taverna, nella notte mio lume, guidami sempre rettamente.
Aggiungi ora forza a forza, dolce bagno odoroso di soavi profumi!
Splendi attaccata ai miei lombi, o corazza di castità intinta in serafica acqua;
vaso corrusco di gemme, pane saporito, molle cibo, vino divino, Francesca.
61 • A UNA SIGNORA CREOLA
Ho conosciuto nella terra odorosa che il sole carezza, sotto una volta di piante imporporate e di palmizi da cui piove
sugli occhi indolenza, una signora creola dalle grazie ignote.
Il suo colorito è pallido e caldo: la bruna incantatrice muove il collo con aria nobilmente manierata, ella è grande e
svelta nell'incedere come una cacciatrice, il suo sorriso è tranquillo, i suoi occhi sono fermi.
Se vi portaste, o Signora, al vero paese della gloria, sulle sponde della Senna o della verde Loira, bella degna d'ornare
gli antichi castelli,
fareste, al riparo di ombrosi rifugi, nascere mille sonetti nel cuore dei poeti, che i vostri occhi renderebbero più schiavi
dei vostri negri.
62 • MOESTA ET ERRABUNDA
Dimmi, talvolta il tuo cuore fugge via, Agata, lontano dal nero oceano dell'immonda città, verso un oceano diverso,
splendente di luce, azzurro, chiaro, profondo come la verginità? Dimmi, talvolta il tuo cuore fugge via, Agata?
Il mare, il vasto mare consola le nostre fatiche! Quale demonio ha dotato il mare - dal rauco canto che accompagna
l'organo immenso dei venti rimbombanti - di questa capacità sublime d'addormentarci? Il mare, il vasto mare consola le
nostre fatiche!
Portami via, vagone, e tu rapiscimi, o nave! Lontano! Lontano! Qui il fango è impastato dalle nostre lagrime! È vero
che qualche volta il triste cuore di Agata dice: «Via, dai rimorsi, dai delitti, dalle sofferenze, portami via, vagone, e tu
rapiscimi, o nave»?
Come mi sei lontano, paradiso profumato, dove sotto un chiaro cielo tutto è amore e gioia, e tutto ciò che si ama è
degno d'essere amato, e nella pura voluttà il cuore si sprofonda! Come mi sei lontano, paradiso profumato!
Ma il verde paradiso degli amori infantili, le corse, le canzoni, i baci, i mazzetti, i violini vibranti dietro le colline, le
brocche di vino, la sera, nei boschi - ma il verde paradiso degli amori infantili,
l'innocente paradiso di piaceri furtivi, è già forse più lontano dell'India e della Cina? Si potrà ricordarlo con grida
lamentose, e rianimarlo con una voce argentina, l'innocente paradiso di piaceri furtivi?
63 • LO SPETTRO
Come gli angeli dall'occhio fulvo tornerò nella tua alcova e scivolerò silenzioso verso di te con le ombre della notte;
e ti darò, o mia bruna, baci freddi come la luna e ti darò le carezze del serpente che striscia attorno alla fossa.Nel mattino livido troverai il mio posto vuoto e freddo sino a sera.
Come altri con la tenerezza, io voglio regnare sulla tua giovinezza e la tua vita con il terrore.
64 • SONETTO D'AUTUNNO
Mi dicono i tuoi occhi chiari come il cristallo: «Qual è che consideri il mio maggior merito, o bizzarro amante?» Sii
graziosa, taci! Il mio cuore, irritato da ogni cosa tranne che dal candore dell'antico animale,
non vuole rivelarti, cullatrice la cui mano invita a lunghi sonni, né il suo segreto infernale né la sua nera leggenda,
scritta con la fiamma. Odio la passione, lo spirito mi strazia!
Oh, amiamoci teneramente. L'amore dalla sua garitta, tende tenebrosamente il suo arco fatale. Conosce ben a fondo gli
strumenti della sua vecchia armerìa:
Follìa, orrore, delitto. Pallida margherita, non sei tu forse, come me, simile a un sole autunnale? O mia bianca, fredda
Margherita!
65 • TRISTEZZA DELLA LUNA
Questa sera la luna sogna più languidamente; come una bella donna che su tanti cuscini con mano distratta e leggera
prima d'addormirsi carezza il contorno dei seni, e sul dorso lucido di molli valanghe, morente, si abbandona a lunghi
smarrimenti, girando gli occhi sulle visioni bianche che salgono nell'azzurro come fiori in boccio.
Quando, nel suo languore ozioso, ella lascia cadere su questa terra una lagrima furtiva, un pio poeta, odiatore del sonno,
accoglie nel cavo della mano questa pallida lagrima dai riflessi iridati come un frammento d'opale, e la nasconde nel suo
cuore agli sguardi del sole.
66 • I GATTI
I fervidi innamorati e gli austeri dotti amano ugualmente nella loro età matura, i gatti possenti e dolci, orgoglio della
casa, come loro freddolosi e sedentari.
Amici della scienza e della voluttà, ricercano il silenzio e l'orrore delle tenebre; l'Erebo li avrebbe presi per funebri
corsieri se mai avesse potuto piegare al servaggio la loro fierezza.
Prendono, meditando, i nobili atteggiamenti delle grandi sfingi allungate in fondo a solitudini, che sembrano addormirsi
in un sogno senza fine;
le loro reni feconde sono piene di magiche scintille e di frammenti aurei; come sabbia fine scintillano vagamente le loro
pupille mistiche.
67 • I GUFI
Sotto i neri tassi che li riparano stanno allineati i gufi come dei stranieri, e dardeggiano all'intorno il loro occhio rosso.
Meditano.
Staranno senza muoversi sino all'ora malinconica in cui, spingendo via il sole obliquo, le tenebre regneranno.
La loro posa insegna al saggio che bisogna in questo nostro mondo guardarsi dal tumulto e dal movimento;
l'uomo, inebriato da un'ombra che passa, porta su di sé il castigo del suo aver voluto mutare.
68 • LA PIPASono la pipa d'un autore. S'indovina, a guardare la mia faccia d'Abissinia o di Cafra, che il mio padrone è un gran
fumatore.
Quand'è carico di dolori io fumo come la capannuccia in cui si prepara il pasto pel ritorno dell'aratore.
Stringo e cullo la sua anima nella rete azzurra e mobile che sale dalla mia bocca di fuoco
e svolgo un dittamo potente che incanta il suo cuore e guarisce le pene del suo spirito.
69 • LA MUSICA
Spesso la musica mi porta via come fa il mare. Sotto una volta di bruma o in un vasto etere metto vela verso la mia
pallida stella.
Petto in avanti e polmoni gonfi come vela scalo la cresta dei flutti accavallati che la notte mi nasconde;
sento vibrare in me tutte le passioni d'un vascello che dolora, il vento gagliardo, la tempesta e i suoi moti convulsi
sull'immenso abisso mi cullano. Altre volte, piatta bonaccia, grande specchio della mia disperazione!
70 • SEPOLTURA
Se, in una notte oscura e greve un buon cristiano, per carità, seppellirà il vostro bel corpo dietro qualche vecchio rudere
all'ora che le caste stelle chiudono i loro occhi appesantiti, il ragno vi tesserà le sue tele, la vipera vi alleverà i suoi
piccoli;
voi tutto l'anno udirete sul vostro capo condannato gli urli lamentosi dei lupi
e delle fameliche streghe, le follìe dei vecchi lubrichi e i complotti dei neri malfattori.
71 • UN'INCISIONE FANTASTICA
Questo strano spettro non porta, grottescamente posato sulla sua fronte scheletrica, che un orribile diadema che sa di
carnevale. Senza speroni né frustino fiacca un cavallo, spettrale come lui, ronzino d'apocalisse, che sbava dalle froge
come un epilettico. Entro lo spazio s'inoltrano entrambi, e schiacciano l'infinito con uno zoccolo avventuroso. Il
cavaliere mena una spada fiammeggiante su folle senza nome che la sua cavalcatura calpesta, e percorre, simile a un
principe che ispeziona la sua corte, il cimitero immenso e freddo, senza orizzonte, in cui giacciono al lume bianco d'un
sole esangue, i popoli della storia antica e moderna.
72 • IL MORTO ALLEGRO
In una terra grassa, piena di lumache, voglio scavarmi una fossa profonda in cui adagiare a piacere le mie vecchie ossa e
addormentarmi nell'oblìo come il pescecane nell'ombra.
Odio i testamenti e le tombe; piuttosto che mendicare dagli uomini una lagrima, preferirei, vivo, invitare i corvi a
dissanguare ogni punto della mia immonda carcassa.
Vermi! Neri compagni senza orecchie e senza occhi, accogliete un morto che viene a voi libero e allegro; filosofi
gaudenti, figli della putrefazione,
passate attraverso la mia rovina senza rimorso e ditemi se resta ancora qualche tortura per questo vecchio corpo
senz'anima, morto fra i morti.
73 • LA BOTTE DELL'ODIOL'Odio è la botte delle pallide Danaidi; la Vendetta invano, con le sue braccia rosse e forti, precipita in fondo alle sue
tenebre vuote grandi secchi di sangue e lagrime dei morti:
il Diavolo fa buchi segreti a questi abissi dai quali sfuggirebbero mille anni di sudori e di sforzi, anche se essa sapesse
rianimare le sue vittime e, per spremerle ancora, risuscitare i loro corpi.
L'Odio è un ubbriaco in fondo ad una caverna, che sente rinascergli la sete e via via moltiplicarglisi, come l'idra di
Lerna, dal liquido che ha ingurgitato.
Ma i bevitori felici sanno chi è il vincitore, e l'Odio è condannato - lamentevole sorte - a non potersi mai addormentare
sotto la tavola.
74 • LA CAMPANA INCRINATA
È così amaro e dolce nelle notti d'inverno, ascoltare seduti accanto al fuoco che guizza e manda fumo, levarsi
lentamente le memorie del tempo lontano, al suono delle campane che cantano nella nebbia.
Felice la campana dalla gola possente che, sana e vivace malgrado i suoi anni, lancia fedelmente il suo grido religioso
come un vecchio soldato in veglia alla propria tenda.
Quanto a me, la mia anima è incrinata, e quando nelle sue pene vuole popolare l'aria fredda delle notti, accade spesso
che la sua voce indebolita
sembri il rantolo greve d'un ferito abbandonato sulla riva di un lago di sangue che, sotto un cumulo di morti, senza
potersi muovere, spira tra immensi sforzi.
75 • SPLEEN
Pluvioso, irritato contro l'intera città, versa dalla sua urna a grandi zaffate un freddo tenebroso sui pallidi abitanti del
vicino camposanto, rovesciando, sui quartieri brumosi, la morte.
Il mio gatto, alla cerca d'un giaciglio sul pavimento, agita incessantemente il suo corpo magro e rognoso; l'anima d'un
vecchio poeta erra nella grondaia con la voce triste d'un fantasma infreddolito.
La campana che si lagna e il tizzo che fa fumo accompagnano in falsetto la pendola raffreddata; intanto in un mazzo di
carte dall'odore nauseante,
lascito fatale d'una vecchia idropica, il bel fante di cuori e la regina di picche chiacchierano sinistramente dei loro amori
defunti.
76 • SPLEEN
Ho più ricordi che se avessi mille anni. Un grosso mobile a cassetti ingombro di bilanci, di versi, di lettere d'amore, di
verbali, di romanze e di grevi ciocche di capelli ravvolte entro quietanze, nasconde meno segreti che il mio triste
cervello. È una piramide, un'immensa tomba, contiene più morti d'una fossa comune. - Io sono un cimitero aborrito
dalla luna, in cui, come rimorsi, si trascinano lunghi vermi accanendosi continuamente sui più cari dei miei morti. Sono
un vecchio camerino pieno di ro